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La nostra storia

Napoli, 1939. Una città affamata e depressa accoglie la trasformazione dello stabilimento siderurgico Ilva di Bagnoli nel quadro della preparazione alla Seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, il debito statale di 40 miliardi di lire accumulato con la recente annessione dell’Etiopia da parte dell’impero coloniale e il timore di un eccessivo rafforzamento della Germania nazista spingono Benito Mussolini a promuovere l’accordo di Monaco del 29 settembre del 1938. Sono trascorsi solo quattro mesi dalla visita di Adolf Hitler nel capoluogo campano, al fianco del duce e di Vittorio Emanuele III, eppure qualcosa è cambiato: il führer sembra imprevedibile e il Partito nazionale fascista è sempre più consapevole di governare un Paese ben diverso dall’immagine trionfante delle torpediniere italiane osservate nel golfo partenopeo il 5 maggio del 1938 durante la parata d’onore tenuta per la visita dell’alleato.

Il capoluogo campano vacilla sotto lo slogan del programma per il rilancio della città, “Napoli deve vivere”, enunciato dal duce nel 1931 e articolato in cinque punti: agricoltura, navigazione, industria, artigianato, turismo. Le sanzioni inique dello sforzo in Abissinia si assommano alle storture del processo unitario e ai contraccolpi della recessione iniziata con la crisi del 1929 - tra il 1930 e il 1931 il numero dei disoccupati ufficiali di Napoli passa da 40mila a 60mila, mentre nel decennio 1930-1939 lavorano in Italia 19,528 milioni di cittadini su 44,453 milioni (il 43,9%, a fronte del 56,1% non attivo); l’inflazione media al +0,40% schizzerà al +58,36% solo dal 1940 al 1951 -. E anche la manovra di razionalizzazione del sistema produttivo e di riorganizzazione del credito, pattuita tra Mussolini e Confindustria, ha il sapore amaro di un diktat incompatibile con la questione meridionale, tanto più perché la programmazione economica del Pnf è, in sostanza, una opaca mistura di politica coloniale e intensificazione dell’agricoltura bonificabile.

Dal punto di vista urbanistico, la caotica espansione edilizia che precede l’approvazione del nuovo Piano regolatore generale, redatto dall’architetto Luigi Piccinato e mai reso esecutivo, stravolge la fisionomia del territorio: con i ceti popolari e artigianali del centro storico che si spostano verso la periferia a seguito del risanamento del rione Carità e della ricostruzione della sede centrale del Banco di Napoli in via Toledo, risalenti al 1935; con la trasformazione del quartiere di San Pasquale a Chiaia, la sistemazione della Villa comunale e l’ampliamento dello scalo aeroportuale di Capodichino; con la demolizione di settemila vani a Fuorigrotta, nel 1937, e il contestuale allontanamento (senza collocazione sostitutiva) di circa quindicimila persone su trentanovemila residenti, per l’appena varato Piano di risanamento dell’intera area destinata alle celebrazioni dell’espansione politico-economica del regime sui mari e nelle terre d’oltremare. Proprio quest’ultimo intervento, da inquadrare nel più ampio progetto di sviluppo urbanistico della città verso Ovest - stazioni della Cumana, Casa littoria, Istituto motori, sferisterio, galleria Laziale, viale Augusto, viale Giulio Cesare, piazzale Tecchio -, chiama all’appello l’allora direttore generale del Banco di Napoli Giuseppe Frignani (subentrato nel 1926 all’antifascista Nicola Miraglia), in un’ottica di continuità e di consolidamento degli investimenti finanziari e politici dell’istituto, nonché per celebrarne, come vuole la propaganda, il quarto centenario.

Fondato nel 1539 come alternativa ai banchi privati (Doria e Ravaschieri, in prima linea), il Banco di Napoli, allora denominato Sacro Monte della Pietà, affonda le radici nella Casa Santa dell’Annunziata voluta dai francescani nel 1463 per concedere prestiti senza interessi alle popolazioni urbanizzate che vivevano in condizioni di pura sussistenza. Attribuite, poi, le funzioni di banca di pegno, diventa cassa depositi nel 1573. Dal 6 maggio del 1926 il Banco di Napoli non è più un Istituto di emissione, a seguito del passaggio della funzione alla Banca d’Italia, ma amplia le proprie partecipazioni nelle banche locali e internazionali (in Albania, Frigione organizza la fondazione della Banca agricola, poi liquidata nel maggio del 1939), nelle imprese, nelle aziende commerciali e in quelle editoriali (attraverso la controllata Sem, Società editrice mediterranea, gestisce le tre testate cittadine - Il Mattino, il Roma e il Corriere di Napoli - prima di cederne nel 1942 il 50% della proprietà e l’intera gestione all’armatore Achille Lauro, al tempo consigliere nazionale della Camera dei Fasci legato alla famiglia Ciano e già presidente dell’Associazione calcio Napoli). Al di là degli incarichi svolti per conto del regime, l’istituto fonda, il 17 luglio del 1929, la Banca agricola commerciale del Mezzogiorno - Agricom che assorbe le banche minori travolte dal fallimento, ed è in prima linea nella corsa al riarmo degli anni Trenta con la creazione del fondo di propulsione economica a favore delle piccole industrie (17 aprile 1929) e dell’Isveimer, l’Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale sancito dal Regio decreto legge 853 del 3 giugno 1938 per l’assistenza e la valorizzazione delle risorse economiche e delle possibilità di lavoro locali. 

Manca poco più di un anno alla chiamata alle armi del 10 giugno del 1940. Il direttore generale del Banco di Napoli Frignani deve rispondere all’appello del Piano di risanamento per l’area di Fuorigrotta e, in occasione del quarto centenario dell’Ente, dispone la costruzione di un grandioso complesso immobiliare nella zona di Agnano-Bagnoli per l’assistenza, l’educazione e l’istruzione di tremila bambiniappartenenti alle categorie meno abbienti. Realizzato in tempi strettissimi tra il 1939 e il 1940, contemporaneamente alla Mostra delle Terre d’Oltremare, il complesso - costituito da diciotto fabbricati, uno stadio, due palestre, i dormitori, un teatro, una chiesa cattolica, strade interne, piazzali e campi di gioco, nonché una zona di terreno a monte suddivisa da strada interna in due appezzamenti e un’altra zona verso il confine ovest divisa da viali interni in quattro appezzamenti, entrambe destinate a culture (vigneto e frutteto), per una estensione complessiva di circa 30 ettari e 60 are - viene intitolato a Costanzo Ciano, morto proprio nel 1939 (nello stesso periodo sono intitolate all’ammiraglio Ciano anche la palestra della Gil del comune di Canegrate e una scuola elementare nel comune di Parabiago). Per la sua gestione, l’istituto fondatore istituisce un’apposita Fondazione Banco di Napoli - eretta in Ente morale con l’articolo 1 della legge 283 del 30 gennaio 1939 come Istituzione pubblica di assistenza e beneficenza (in sigla, Ipab) - ma ne vanta ancora la proprietà, fino alla convenzione del 14 giugno del 1949, con la quale trasferisce alla Fondazione il Collegio Costanzo Ciano, che ne forma il patrimonio immobiliare. Riconosciuta come Opera Pia dalla legge del 30 gennaio del 1939, la Fondazione Banco di Napoli è ceduta, quindi, alla Gil con la legge 995 del 17 luglio del 1942, e solo nel 1946 viene restituita alla sua funzione sociale di Ipab (decreto legislativo luogotenenziale del 29 marzo). Infine, la legge 490 del 2 aprile 1968, nel fissare il contributo dello Stato a titolo di concorso nelle spese per il mantenimento dei minori accolti nella Fondazione, dispone che l’attività assistenziale dell’Ente sia estesa a tutta la Regione Campania, anziché alla sola provincia di Napoli.

Scoppia la guerra e il collegio è occupato, in sequenza, dalle truppe italo-tedesche fino al 30 settembre del 1943; dalle truppe anglo-americane, dall’ottobre del 1943 al luglio del 1947; dagli sfollati del Campo profughi dell’Iro fino al gennaio del 1952. E quando anche gli ultimi profughi liberano l’area, ecco sopraggiungere le superiori esigenze politico-militari, che destinano il complesso immobiliare al Comando supremo della Nato, Regione Sud - AfSouth è acronimo di Allied forces southern Europe, e il 2 aprile del 2004, in occasione del 50esimo anniversario dell’inaugurazione del complesso di Bagnoli e del 55esimo anniversario della Nato, cambia denominazione in Jfc Naples, ossia Joint force command Naples -, a tutt’oggi presente. Impossibilitata a svolgere la sua attività fondazionale in modo diretto, l’Amministrazione del tempo è costretta ad assicurare l’assistenza a favore dell’infanzia abbandonata in modo indiretto e presso altri Istituti, finanziando con le sue entrate (il canone annuo pagato dalla Nato) e con il contributo dello Stato la costruzione di altri due istituti di ricovero e di istruzione minorile: l’Istituto Salesiano - Fondazione Banco di Napoli, in via Don Bosco (dove i fanciulli, completate le classi elementari, iniziano i corsi di avviamento a tipo industriale e nelle officine, come nelle aule scolastiche, per poi lasciare l’Istituto con una qualifica professionale) e l’Istituto Maria SS. Immacolata - Fondazione Banco di Napoli per le Figlie del popolo, a Pozzuoli, sorto su iniziativa e con donazioni del cardinale Castaldo (per ospitare oltre trecento bambine e fanciulle, istruite, dopo le classi elementari e magistrali, nel ricamo, nel cucito, in segreteria d’azienda e in corsi di stenografia).

La Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza dell’Infanzia ha le caratteristiche di cui al Decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 16 febbraio del 1990 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 45 del 23 febbraio del 1990) “Direttiva alle regioni in materia di riconoscimento della personalità giuridica di diritto privato alle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza a carattere regionale e infraregionale”,per lo svolgimento in modo precipuo di attività inerenti alla sfera educativo-religiosa. Nel 1994, con delibera commissariale n. 163 (9 novembre) si dota di Statuto, approvato dalla Regione Campania, la cui premessa recita: “Nel 1981, infine, l’Ente è stato escluso dal trasferimento ai Comuni in virtù del decreto del Presidente della Giunta regionale della Campania del 28 luglio 1981 in applicazione della legge regionale 11 novembre 1980 n. 65 e del Dpr 24 luglio 1977 n. 616. Tale esclusione è stata fondata sul riconoscimento per l’Ente dello svolgimento in maniera precipua di attività inerenti la sfera educativo-religiosa. Anche attraverso tale carattere formalmente riconosciuto, l’Ente, pertanto, si trova a rientrare nelle ipotesi contemplate dal Dpcm 16 febbraio 1990, comma 7, articolo 1, per il riconoscimento della natura privata.

Il resto è storia recente. Con il commissariamento regionale disposto dalla Regione campania fin dall’agosto del 2004, a seguito “di numerose violazioni di norme di legge e di statuto che hanno pregiudicato gli interessi dell’Istituzione ed arrecato un danno grave all’Ente”, tra cui la destinazione di una rendita vitalizia annua, pari al 7% delle entrate ordinarie annuali dell’Ipab, a favore di due sub-fondazioni istituite dal Consiglio di amministrazione dell’Istituzione (delibera 24 del 18 settembre del 2003), denominate, la prima, Osservatorio sul lavoro minorile e, la seconda, Osservatorio bambini e media.

Quindi, con la delibera regionale 1534 del 6 settembre del 2006 si rinnova per la terza volta consecutiva la nomina a commissario di Pier Luigi Lo Presti, dirigente del Settore istruzione e cultura della Regione Campania, al quale sono subentrata nell’ottobre del 2007 per completarne l’attività di riassestamento dell’Istituzione, in modo da fornire, al mio successore, tante pagine bianche quante ne sono redatte qui, per tracciarvi il percorso, inverso, di un’infanzia ritrovata.

 

Lidia Genovese

Commissario regionale Fbnai

 

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